mercoledì, Maggio 25, 2022
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OK PER IL GAS ALGERINO, MA ASPETTEREMO FINO AL 2024

Non saranno forniti “subito” i 9 miliardi di metri cubi del paese nordafricano. Razionamento e restrizioni sono già allo studio del Governo

Cosa succede se domani Vladimir Putin chiude d’improvviso i rubinetti del gas? Sarebbe lo scenario peggiore, e anche se la situazione non appare effettivamente così drastica, bisogna correre ai ripari.

Per rispondere a questa domanda, si sono riuniti ieri a Palazzo Chigi i tecnici del Governo. C’erano il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Roberto Garofoli, il ministro dell’Economia Daniele Franco, il sottosegretario con delega ai Servizi Franco Gabrielli e gli esperti del ministero della Transizione ecologica.

La situazione desta preoccupazione tra le fila dell’Esecutivo, tuttavia non c’è un realistico allarme, ma solo il bisogno di correre nella ricerca di fonti di approvvigionamento alternativo, ottimizzando anche i consumi delle imprese e quelli dei cittadini. Nulla è deciso e al momento neanche necessario, ma i numeri, in questo caso, sono decisivi. Il fabbisogno del Paese è tra i 75 e gli 80 miliardi di metri cubi di gas, circa 29 di questi provengono dalla Russia. Il viaggio in Algeria di Mario Draghi ha mostrato che nulla può essere dato per scontato: l’aumento del flusso energetico dal Paese nordafricano sarà meno rapido del previsto.

Bisognerà attendere il 2023-2024 per completare l’incremento di nove miliardi di metri cubi di gas, capace da solo di colmare un terzo del fabbisogno da sostituire. Sono volumi importanti, che necessitano di tempi tecnici adeguati alla loro realizzazione. Lo stesso copione si verifica anche per gli altri tentativi messi in campo: i cinque miliardi di metri cubi dal Congo, che altrettanto necessitano di un lavoro preparatorio non indifferente. Anche l’utilizzo di fonti rinnovabili richiede investimenti e pazienza.

Nel frattempo, si studiano soluzioni alternative per ridurre, dove possibile, i consumi energetici del Paese. Se servisse, si procederebbe ad esempio con il taglio dell’illuminazione di edifici e monumenti, come previsto dal piano d’emergenza stilato da Cingolani. Prevista eventualmente la riorganizzazione della climatizzazione estiva, con formule che ne contengano lo spreco energetico.

Sul tavolo c’è anche un altro scenario: rimodulare l’attività industriale di alcune filiere. In quest’ultimo caso con un paletto intangibile: mantenere invariato il livello di produzione, fondamentale per garantire la ripresa economica. Si guarda in particolare a quelle dell’acciaio e della ceramica. L’obiettivo è focalizzarsi sulle industrie e le filiere che producono a ciclo continuo, prevedendo di concentrare la produzione in alcuni periodi dell’anno, in modo da ottenere il massimo con minor utilizzo di energia.

L’altro importante capitolo è quello delle rinnovabili. Quest’ultimo dossier è centrale, perché prevede nuovi accordi con la Germania per la produzione di idrogeno.

Per rendere più agevole l’istallazione degli impianti e velocizzare la burocrazia, il Consiglio dei ministri approverà nuove norme sulle rinnovabili. Fondamentale sarebbe punture sull’idroelettrico. In Italia, questa energia non è sfruttata e valorizzata a sufficienza. Sarà purtroppo necessario spingere al massimo anche con le centrali a carbone.

Melania Depasquale

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